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giovedì 7 marzo 2013

GLI ORACOLI AL NERO DI MAURA BANFO
per la mostra
Il TEMPO MACCHIA E SMACCHIA
Chiesa di San Michele Arcangelo
Via Giolitti 44 (angolo Piazza Cavour)
8-22 Marzo - Orario 16-21
INAUGURAZIONE 8 MARZO 2013 - H 18.00


   Quando una, due, tre immagini archetipiche vengono destrutturate e poi rimescolate come metalli in cottura nel vaso dell’antico alchimista si crea un movimento di rappresentazioni che entra in risonanza con le profondità dell’inconscio, una magia che osa dare vita al nuovo, impensabile altrimenti.
  Attraverso l’Opus dell’artista, la simbolica dell’inconscio collettivo ci racconta storie sempre in fieri, oracoli che non comprendiamo razionalmente, ma con l’immediatezza dell’intuizione. Artefice di sogni, Maura Banfo impasta le carte, rivolta i noti tarocchi di Marsiglia e i tarocchi Piemontesi, dai primi derivati, perché per lei questi due mazzi sono densi di significati affettivi, familiari, personali. Dall’insieme delle immagini estrae uno, due, tre arcani maggiori e li dedica al consultante. Nella carta carbone incide oracoli senza parole, perché immagini di tal sorta non hanno bisogno di parlare.
   Una carta completamente nuova e sconvolgente nasce così ad ogni ricomposizione, una profezia emerge dal buio del sonno, accenna movimenti in oro, sottolinea elementi chiave. Ed ecco che il cappello del Bagatto (I) o della Forza (XI) sembra ora perfettamente adattabile alla nera signora dell’arcano senza nome, e la combinazione di fluidi della Temperanza potrà forse offrire nuovi punti di vista a coloro che temevano l’incontro trasformativo con la tredicesima carta.
   Le storie di Maura Banfo sono fiabe oracolari che dall’inconscio dell’artista si rivolgono all’inconscio del pubblico offrendosi come proiettivi, e, se non sono lumi di ragione “chiari e distinti”, riconoscibili immediatamente, è proprio perché non bisogna mai dimenticare che solamente l’osservare nelle ombre ci porterà un giorno a scorgere le nostre stelle.

Valeria Bianchi Mian - Arcane Storie - le-hermae.blogspot.com

domenica 11 novembre 2012

Lauretta Guidetto 


Incontri con l’autore : Riccardo Mondo


Recensione del testo:   


 Nei luoghi del fare anima 
      Dimensione immaginale del processo terapeutico





Questa pagina è dedicata all’incontro che ho avuto con un testo:  “Nei luoghi del fare anima” –Dimensione immaginale del processo terapeutico” di Riccardo Mondo.
Parto da una breve premessa, che trovo necessaria, per meglio comprendere ciò che ho trovato  in queste pagine e quanto mi hanno evocato.  
La pittura, ma ancora di più l’arte in tutte le sue connotazioni, sono la mia matrice originaria, la mia bisnonna dipingeva, così pure mio nonno; sento ancora l’odore acre dei suoi colori ad olio nella stanza dei quadri.  
Questo ricordo, è il mio ricordo di bambina e di questa impronta familiare.
Come in altre pagine di questo blog ho detto, la mia formazione artistica si è incontrata con quella psicologica e l’una alimenta l’altra da sempre, a volte con fatica e a volte meno, si arricchiscono e si supportano reciprocamente.
 Tutto il mio percorso formativo e professionale, si è sviluppato secondo questo intreccio, percorsi nell’arte e attraverso l’arte sono in qualche modo sempre andati ad animare la mia esperienza di psicologa, supportati ancor più dal pensiero di Hillman quando dice: 

la bellezza è in se stessa una cura per il malessere della psiche. La nostalgia di bellezza che alberga nel cuore umano deve ricevere riconoscimento dalla disciplina che considera il cuore umano il suo campo di studio. La psicologia deve ritrovare la strada verso la bellezza, per non morire” (J.Hillman, 1997, p. 59)

Questa premessa  per dire, come questo testo sia andato a  toccare entrambe queste corde e abbia risvegliato, sfogliandone le sue pagine quell’odore di pitture, e quei colori che ho iniziato ad incontrare nella mia infanzia.   
La mia attenzione in primis è stata catturata dal titolo, “Nei luoghi del fare anima”, sarà che troppo spesso in questo periodo mi trovo in luoghi dove non si può pensare al fare “anima”, bensì a risultati solo traducibili in numeri, numeri di pazienti in un giorno,  in un mese, denaro risparmiato e così via; ma anche a stanze che non ci sono e che certo non puoi occuparti di renderle più gradevoli e accoglienti a quella sofferenza che viene portata, e tanto meriterebbe di essere accompagnata da una cura anche del luogo.
  Stiamo attraversando una profonda crisi economica e anche questo comporta il dover accettare dei compromessi, li accetto e li vedo , ma ne patisco e talvolta, mi sembra di smarrire anche il senso di ciò che svolgo quotidianamente.
Dal primo interesse del titolo, si passa alla dedica iniziale, “a tutti coloro che hanno provato, tramite la cura analitica, a dare un nuovo orientamento alla propria vita”, ed io qui mi ritrovo pienamente e in prima persona.  
Con il procedere delle pagine poi,  si entra in un microcosmo fatto di luoghi, persone , tempi, stati d’animo e  nello svelarsi del fare terapeutico quotidiano, delle sue infinite sfumature cromatiche e dove non tutto si risolve sempre e magicamente.
  Il viaggio inizia in una stanza, la stanza della terapia:  “provvista di un’ampia e luminosa finestra” , in un  “tempo” connotato da  una giornata di settembre e di pioggia, “ ..in autunno, un’argentea luminescenza sfiora delicatamente i contorni delle cose, rende la visone incerta. In quest’atmosfera crepuscolare, il vetro della finestra delimita il confine tra questa stanza e il mondo esterno” (R.Mondo, 2012, p. 23)
 Durante tutto il viaggio si è accompagnati sempre dal pensiero e dalle riflessioni dell’autore,  che incontri e ti rimane vicino per tutta la durata del  tragitto.
Questo testo è riuscito ad alimentare la mia curiosità clinica, il senso artistico e poetico, sono 140 pagine che si rivolgono all’altro con una  “attenzione estetica” che percorre tutto il testo, andando a sostenere, anche attraverso questo tipo di “cura” gli aspetti meno piacevoli dell’esistenza; quindi un’estetica vista non come elusione del brutto, ma come controparte e bilanciamento dell’esistere e del fare terapia.
Mentre leggevo le scene presentate nei diversi capitoli, visualizzavo come tanti “ritratti dipinti” delle persone che andavano a comporre i diversi quadri.  Le figure delineate, a volte tratteggiate con pennellate sicure, mi hanno fatto intravedere il personaggio nei suoi tratti fondamentali, altre volte la figura mi è apparsa più sfumata quasi un lasciar intravedere e suggerire un modo d’essere.
 Alcune figure mi sono apparse, come rappresentate con diversi materiali pittorici, dal ragazzo tratteggiato con il carboncino, non tanto per la sua mancanza di colore, quanto per facilità con la quale le sue esperienze parevano volare via e dissolversi con un soffio; alla donna dipinta con le tonalità forti del dolore e pastose dell’intreccio familiare non ancora risolto.
Quando il colore emerge con grande forza cromatica, ne puoi sentire lo spessore e l’intensità in quell’amalgama di colori primari e secondari, a volte presi puri dalla tavolozza e in altri punti mescolati insieme,   “il colore dona spessore all’esperienza. Nel linguaggio arcaico si diceva che esso conferisce all’oggetto un carattere mana; la psicologia analitica dice che rende numinosa l’immagine; (…) “ ( C. Widmann, 2006, p.17)
Man mano che  incontravo i personaggi, mi veniva in mente la curiosità provata mentre leggevo un libro di Alessandro Baricco,  Mr Gwyn .
Uno dei personaggi principali, Mr Gwyn  è uno scrittore che decide di smettere di fare ciò che aveva fino ad allora fatto, ossia scrivere romanzi, ed  Inizia un nuovo percorso che parte proprio dall’osservare dei ritratti in una galleria d’arte.
 Decide a questo punto, di iniziare a eseguire ritratti capaci di scavare nell’animo umano, proprio come un pittore si pone dinanzi al modello e cerca di ritrarlo nella tela, in un magico silenzio, fatto di contemplazione e di studio.  
Naturalmente non so dipingere, e in effetti quello che ho in mente è scrivere dei ritratti” dice ad un certo punto il personaggio. Mr Gwyn dopo una lunga osservazione, consegna ai committenti il suo ritratto dalle quattro  alle nove pagine , rilegate con cura.
Scrivere ritratti” ?, sono rimasta con questa domanda aperta e incuriosita, cercando di immaginarmi cosa volesse dire scrivere un ritratto.
Così con questa domanda in mente, pensavo alle lezioni in aula di figura, con la modella che posava, devi spogliare quel qualcuno, entrargli dentro, coglierne lo sguardo, fermare il tempo, ma anche riportarlo a casa, nella  sua postura ed espressione.   Tutto questo riesco ad immaginarlo bene  nel linguaggio pittorico, di meno con la scrittura, per quanto il libro era riuscito ad evocarmi.
Poi i mesi son trascorsi da quella lettura e quella curiosità era dimenticata, ecco che quest’altra mi ha fatto riaffiorare quella curiosità rimasta in sospeso, immaginando di trovare proprio tra le pagine di adesso quei ritratti:

E’ il nostro primo incontro e Angela piange. Silenziosamente le lacrime solcano le sue guance. In questo volto serio, composto, l’umido che appare è una presenza estranea, continuamente rimossa, ripetutamente asciugata con un gesto veloce. (…) Quest’umido che sgorga dai suoi occhi è un controcanto dissonante, poiché Angela intercala sorrisi, mentre sottolinea con commenti mordaci le sue narrazioni. ” (R.Mondo, 2012, p.85)

Ecco questo mi è sembrato “un modo” per scrivere un  ritratto.

E per ultimo direi ancora, arrivata alla fine del libro, quello che ho respirato nel complesso è un senso di apertura, di aria fresca,  che la vita può anche intervenire a  mescolare e rimescolare le carte proprio là dove tutto sembrava ormai delineato, lasciando intravedere o immaginare una "possibilità".

 E così termino con una poesia di Emily Dickinson:

Io abito la Possibilità-
Una casa più bella della prosa-
più ricca di finestre-
superbe-le sue porte-
E’ fatta di stanze simili a cedri-
che lo sguardo non possiede-
Come tetto infinito
ha la volta del cielo-
La visitano ospiti squisiti-
La mia sola occupazione-
spalancare le mani sottili
per accogliervi il Paradiso.

Bibliografia:

-     Baricco A., (2011) MrGwyn. Milano, ed Feltrinelli
-     Hillman J., (1997), The Souls’s Code In Search of Character and Calling. trad.it. : Il Codice dell’anima, 1997. Milano: Adelphi Edizioni
-     Mondo R., (2012), Nei luoghi del fare anima. Dimensione immaginale del processo terapeutico. Roma, ed Ma.Gi srl
-     Widmann C., (2006) Il simbolismo dei colori. Roma, ed Ma.Gi srl


domenica 16 settembre 2012

Lauretta Guidetto


Sul nostro "tempo liquido"




E' sempre difficile proporsi e proporre delle riflessioni sul momento storico che si vive, proprio perché troppo immersi in esso, coinvolti, si manca di quello sguardo critico che consente di operare una riflessione più distaccata e per questo più obbiettiva. 
Ma i pensieri  e i testi  di Z. Baumann 1, hanno fotografato un clima che sento e respiro ormai da diverso tempo e nel quale vedo immerse in modo trasversale, situazioni, emozioni, stili di vita, realtà lavorative e relazionali. 

Riporto di seguito alcune citazione che maggiormente mi hanno colpita: 

"Oggigiorno i centri commerciali tendono a essere progettati pensando a desideri facili, a nascere rapidi e a estinguersi, non all'onerosa e protratta creazione e coltivazione dei desideri. L'unico desiderio che una visita al centro commerciale deve instillare (e instilla) è quello del reiterare all'infinito l'eccitante momento del "lasciarsi andare", del dare briglia sciolta alle proprie voglie senza un copione prestabilito. La brevità dello loro aspettativa di vita è il pregio maggiore delle voglie, ciò che le rende preferibili ai desideri. Togliersi una voglia, diversamente dall'esaudire un desiderio, è soltanto un atto estemporaneo, che si spera non lasci conseguenze durevoli che potrebbero ostacolare ulteriori momenti di estasi gioiosa" (op.cit. p. 18)

Il desiderio va curato e coltivato, implica una cura prolungata, una difficile negoziazione senza soluzioni scontate,   qualche scelta difficile e alcuni compromessi dolorosi, ma soprattutto- comporta procrastinare il suo soddisfacimento, "il sacrificio senza dubbio più aborrito nel nostro mondo fatto di velocità e accelerazione"

E più avanti prosegue con il dire: 
" Se ritenute scadenti o non di piena soddisfazione, le merci possono essere sostituite con altri prodotti che si spera più soddisfacenti, anche se non viene offerto alcun servizio post-vendita e nella transazione non è inclusa alcuna garanzia del tipo soddisfatti o rimborsati. Ma anche se mantengono le promesse, nessuno si aspetta  da esse che durino a lungo; dopo tutto, automobili, computer o telefoni cellulari in perfetto stato e ancora funzionanti vengono gettati via senza troppo rammarico nel momento stesso in cui le loro versioni nuove e aggiornate, giungono nei negozi e diventano l'ultimo grido. Perchè mai le relazioni dovrebbero fare eccezione alla regola?"

"un'identità fluida, fragilità e intrinseca transitorietà (la famosa "flessibilità") caratterizza tutti i tipi di legame sociale che fino a poche decine di anni fa si coagulavano in una durata, affidabile cornice entro la quale era possibile tessere con sicurezza una rete di interazioni umane. Tali tratti caratterizzano in particolare e forse e forse in modo più rilevante i rapporti di tipo lavorativo e professionale. In un'epoca in cui le proprie specificità finiscono fuori mercato in meno tempo di quanto ne sia occorso per acquisirle e padroneggiarle, in cui le credenziali scolastiche perdono di anno in anno valore rispetto al costo acquisito o addirittura si trasformano in una "equità negativa" ben prima dello loro data di scadenza che si presumeva "illimitata", in cui i luoghi di lavoro scompaiono con poco o punto preavviso e il corso della vita è suddiviso in una serie di progetti una tantum sempre più a breve termine, le prospettive di vita appaiono sempre più simili alle accidentali convoluzioni di razzi intelligenti alla ricerca di elusivi, effimeri e mai statici bersagli, anzichè alla predesignata, predeterminata, prevedibile traiettoria di un missile balistico"  (p.126 -127) 


Ognuno di noi può ritrovarsi o meno in questa lettura, ma  questo libro lo consiglio caldamente.


1. Zygmunt Bauman è uno dei più noti e influenti pensatori del mondo. Professore emerito di Sociologia nelle Università di Leeds e Varsavia.


Bibliografia

- Bauman Zygmunt (2003) Liquid Love. On the Frailty of Human Bonds. Polity press, Cambridge. trad it: Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi. 2012 , Bari, Laterza.













lunedì 2 luglio 2012

Valeria Bianchi Mian

Castelli di carte

foto di Luciano Borgna°


Il castello dei destini incrociati fu pubblicato da Einaudi nel 1973. Italo Calvino corredò i due testi che compongono l’opera (Il castello dei destini incrociati e La taverna dei destini incrociati) di una Nota, nella quale racconta l’iter di ideazione e costruzione del suo lavoro. Noi qui faremo riferimento all’edizione Oscar Mondadori del 1994, testo in cui la Nota finale è posta a Prefazione.

  "Ancora adesso, col libro in bozze, continuo a rimetterci le mani, a smontarlo, a riscriverlo. Solo quando il volume sarà stampato ne resterò fuori una volta per tutte, spero." (pag. XI)
  Calvino definisce il procedimento di costruzione del suo castello di carte un "labirinto" che lo catturava e "assorbiva completamente" ogni volta che egli metteva mano agli scritti, ogni volta che ricominciava, dice, "a comporre schemi, a correggerli, a complicarli: m’impelagavo di nuovo in queste sabbie mobili, mi chiudevo in un’ossessione maniaca. Certe notti mi svegliavo per correre a segnare una correzione decisiva, che poi portava con sé una catena interminabile di spostamenti. Altre notti mi coricavo col sollievo d’aver trovato la formula perfetta; e al mattino appena alzato la strappavo." (pag. X)
  Impossibile dunque mettere il punto alla serie di racconti poiché le carte attanagliavano la mente dell’autore, e, per quanto Calvino cercasse di far quadrare il disegno complessivo inserendo le immagini in uno schema narrativo che seguisse l’idea che egli aveva in testa… qualche cosa sfuggiva al suo controllo, ed ecco che le immagini lo sfidavano con nuove potenziali narrazioni.
  "Così passavo giornate a scomporre e ricomporre il mio puzzle, escogitavo nuove regole del gioco, tracciavo centinaia di schemi, a quadrato, a rombo a stella, ma sempre c'erano carte essenziali che restavano fuori e carte superflue che finivano in mezzo..."
  Chi sa quali storie sono rimaste fuori, quali favole non sono state scritte, quali avrebbero voluto venire alla luce... ci accontentiamo di leggere le meraviglie scritte da Italo Calvino, ma il dubbio resta.
 
  Immaginando storie da narrare e immagini da disegnare, immagini che nascono da altre immagini archetipiche attraverso la proiezione di contenuti inconsci, scopriamo che c’è sempre qualcosa che si potrebbe dire ancora, un altro modo per raccontare la stessa cosa, ma anche un nuovo racconto, diverso eppure possibile attraverso le stesse immagini.
   Ciò avviene perché le immagini sono rappresentative degli archetipi stessi e non si fanno chiudere negli schemi.
  Gli archetipi sono inconoscibili, ci dice Carl Gustav Jung, e sono irriducibili, non possono di certo essere costretti dentro i nostri schemi, ma le immagini archetipiche (narrabili, rappresentabili) sono innumerevoli, e attraverso le immagini, se le guardiamo con occhio esplorativo noi ci avviciniamo al centro, e lo scorgiamo, lo sfioriamo, senza tuttavia poter mai rendere fisso e stabile una volta per tutte il nostro rapporto con ciò che il centro rappresenta. Sempre in fieri è l'opera dell'alchimista. 
 
  Come ogni contenuto archetipico, le carte dei tarocchi aprono sempre nuovi piani e possibili scorci.
  Calvino si domanda: "stavo diventando matto? Era l’influsso maligno di queste figure misteriose che non si lasciavano manipolare impunemente? O era la vertigine dei grandi numeri che si sprigionava da tutte le operazioni combinatorie?" (pag. X)

  Nei laboratori di psicodramma, dramma terapia e arte terapia sulla simbologia dei tarocchi le storie sono inventate dal gruppo, narrate, drammatizzate, disegnate, e il gioco è guidato dalle immagini stesse, per poi dirigersi alla coscienza, all’elaborazione di quel che esse rappresentano in quel momento per quel gruppo.
  Ogni storia non tornerà mai più.
  Forse.
  Ogni storia si interseca in modo inconscio e sincronico ad altre storie, storie che saranno inventate, narrate, drammatizzate, disegnate da altri gruppi e in altri momenti.
  Impossibile mettere la colla per attaccare le carte di un castello di carte, libero di cadere, di rimescolarsi, di portare ancora le mani e gli occhi alla voglia di giocare.