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giovedì 2 gennaio 2014

ESERCIZI DI "MEMENTO MORI" - parte terza

"CHE COS'E' L'AMOR(TE)" E ALTRE STORIE 

quando il percorso di vita si rivolge al centro dell'essere se stessi

(il capitolo "finale")




Valeria Bianchi Mian

 "Che coss'è l'amor"... cantava Vinicio Capossela, e, se l'amor era un sasso nella scarpa, la morte di certo non era, non è, e non sarà da meno. E con due sassi nelle scarpe e due monete sopra gli occhi ci addentriamo, inevitabilmente, nel buio.

Avete i brividi?
Siete indifferenti? 
Non è argomento gradito ai più, vero? 

 Ebbene, in certi casi capita che questo argomento delicatissimo, eppure sovraesposto a livello segnico nel nostro mondo necrofilo, produca aperture inaspettate verso insospettabili ricchezze. 
Coloro che si immergono con tutta l'anima nel proprio percorso di psicoterapia del profondo a volte scoprono significati del tutto imprevisti. Spesso, il tesoro emerge proprio dopo aver affrontato con coraggio la paura della propria "fine". Per alcune persone, invece, un lutto può essere proprio l'occasione per rimettere in discussione se stessi e cambiare la propria visuale sulle cose, sulla vita. Bisogna saper aspettare e stare nella sofferenza che tutto questo "nero" comporta per vedere la luce tenue, flebile, di un nuovo inizio.
 Non è un caso che negli arcani maggiori la carta dell'Appeso (XII) venga prima dell'Arcano Senza Nome. O meglio, qui il caso si sposa con l'occasione (vedi il più volte citato Claudio Widmann, "Gli arcani della vita", edizioni Magi).
 La nera signora rivela il suo stesso essere breccia verso la luce, occasione propizia, favorevole per un passaggio fondamentale ad un nuovo livello, sensibilmente più creativo, nel mondo della psiche e in quello delle azioni concrete. 

 Eccoci qui, dunque, ed è il 2 Gennaio 2014.
 Avevamo prospettato un ritorno al Blog in autunno. Avevamo ventilato laboratori e appuntamenti. Non è stato così, un po' per via dei nostri impegni personali, un po' a causa di eventi "occasione" di cambiamento che ci hanno coinvolte separatamente, me e Lauretta Guidetto, un po' per vari motivi. 

 Ci sono state attese, c'è stata la necessità di restarsene un po' appese.

 Io ho sentito il bisogno di tenere in gestazione un'idea del tutto personale, uno spazio per poter esprimere sul web il mio essere un po' cantastorie. Sin da piccola mi sono divertita ad inventare filastrocche, ad illustrare "nursery rhymes". 
 Quest'anno, dopo quarantadue anni di quaderni sparsi e schizzi dispersi, nelle vacanze di Natale l'idea ha cominciato a prendere forma: il giorno prima della fine dell'anno ho aperto un secondo Blog, esclusivamente mio, un luogo dove postare i disegni, le fotografie, le opere in ceramica abbinate a rime e storie brevi.

http://www.favolesvelte.wordpress.com  

 Sto pensando ad un'immagine che mi ha sempre affascinata, ed è, tra le altre, la scena finale del bellissimo film "Il settimo sigillo" di Ingmar Bergman (1956) 


 Jof (Nils Poppe), l'attore girovago, è l'unico elemento del film a non partecipare alla Totentanz, la Danza della Morte finale. 
 E' l'unico personaggio che osserva la vita con lo sguardo del sogno e della visione. 
 "Ma guarda le cose che sai inventare" - gli dice Mia, sua moglie. Jof e Mia ripartono dal punto fermo di ogni situazione, sono entrambi, insieme l'archetipo del Matto (0) e quello dell'Innamorato (VI), sono il dialogo interiore tra parti di sé in relazione affettiva, insieme nel rinnovamento che viene dall'accogliere la visione interiore. Quando la Morte, nella carta dei tarocchi, falcia tutto ciò che non ha più senso di essere, ecco che l'accogliere la visione interiore è possibile, per tutti gli occhi sognatori. Per chi lascia che sia il suo "Jof" interiore a guidare il carrozzone. 
 E' il Matto (0) che ricomincia il ciclo della vita. 
VBM


venerdì 5 luglio 2013

ESERCIZI DI "MEMENTO MORI" - parte seconda

“Camminavi fianco a fianco al tuo assassino…”
(Fabrizio De André – “Se ti tagliassero a pezzetti”)

PAURA DELLA MORTE
Parla alla Morte ogni giorno, riconoscila in carne e sangue, ringraziala perché ti sta lasciando altro tempo  


  Ricordo un mio ex-collega, deceduto più di un anno fa, che poco prima di morire scrisse su Facebook una frase con la quale invitava la morte a lasciarsi guardare in faccia, a farsi conoscere, dal momento che ormai gli era chiaro che “quel momento”, l’attimo cruciale, si stava avvicinando. Quest’uomo avrebbe voluto essere ben sveglio e lucido per incontrare la morte definitivamente. La sua richiesta mi emozionò, poiché qualche giorno prima ero andata a trovarlo in ospedale e ricordo ancora perfettamente il suo sguardo, uno sguardo che mai dimenticherò. Il mio collega (al quale ero vicina in spirito creativo) sapeva che l’incontro con la Nera Signora sarebbe avvenuto di lì a breve. Il suo era uno sguardo rivolto all’ignoto, pieno di stupore. Oserei dire: profondamente stupito. Leggevo nei suoi occhi e nella sua espressione facciale una meraviglia di fronte agli eventi fino a qualche settimana prima ancora inattesi.

  Thauma è la meraviglia, è lo stupore di fronte al mondo che ci circonda con tutte le sue terribili cose, ed è anche, appunto, così come sottolinea Emanuele Severino, il terrore: secondo Aristotele nell’uomo antico è da Thauma che nasce la ricerca filosofica, il tentativo dell’essere umano di dare un senso alla vita e, soprattutto, alla morte.

  Quel giorno, poco dopo aver salutato il mio collega in ospedale (… non l’avrei mai più rivisto), ho raggiunto mio figlio, che all'epoca era nato da pochi mesi. L’ho guardato negli occhi e mi sono profondamente stupita di ritrovare in essi uno sguardo molto simile a quello del mio collega. Oserei dire identico. Mi sono spaventata e commossa. Lo sguardo di mio figlio era di certo quello dei neonati di fronte alle ombre della nuova vita, la meraviglia di fronte al nuovo. E’ per questo motivo che non dimenticherò mai l'espressione del mio collega; quel momento è universale, appartiene al senso dell’essere, e alla sua coscienza.

  Da qualche mese ho cominciato a plasmare la terra. Plasmare è dare forma concreta ad un’immagine mentale, è prima concepirla e poi partorirla mettendo le mani nell’argilla, fino a cuocere il manufatto passando “dal sogno alla realtà” (ndr. questa frase di C.G. Jung, il passaggio dal sogno alla realtà come necessario movimento per la consapevolezza ritorna nei diari di Anais Nin, una delle mie scrittrici preferite, come tematica di base per indicare il percorso che porta il creativo a produrre qualche cosa di vitale nella realtà concreta, e non soltanto ideativa, fantastica, simbolica… a me personalmente fa sempre pensare all’alchemica “Unio mentalis con il corpo”, la vivificazione delle spoglie del drago venefico, purificato…).
  Ho intrapreso un percorso specializzandomi “tecnico ceramista”, attività che sta cominciando a conferire nuove prospettive al mio lavoro come psicoterapeuta nei laboratori esperienziali, e a me stessa come creatura desiderosa di creare: dare realtà alle immagini del mondo interno.

  La via che dai sogni e dalle immagini archetipiche conduce a se stessi è un percorso che lo stesso Carl Gustav Jung ha vissuto in prima persona, tracciando la via individuativa.       
  Diventare se stessi è una faccenda concreta che unisce il simbolo alla realtà della vita.
Se vogliamo che i simboli siano vitali per noi dobbiamo riconoscerli incarnati nella nostra stessa esistenza.


  Le mani sulla pietra. Le mani nella terra. Penso alle sculture di Carl Gustav Jung, al suo giardino intorno alla torre di Bollingen. La torre da lui stesso costruita pezzo a pezzo e tanto amata. La torre, abitazione rustica. Per lo psicologo analista svizzero, il soggiorno tra quelle mura era un ritorno alle esigenze basiche della vita, un ritrovare se stesso nel ritmo della semplicità. Per un uomo abituato ad una vita più che agiata, vissuto a cavallo tra gli ultimi due secoli (1875-1961), occupato principalmente a riflettere, uomo dalla personalità profondamente intuitiva attratto più dall’anima e dalle relazioni interne che dalle relazioni sociali, il compiere gesti come accendere il fuoco a mano per cuocere il cibo e il ricercare l’assenza delle comodità molto probabilmente non era attività scontata.
  Il nostro attuale stile di vita, crisi economica che colpisce l'Europa (e non solo) compresa, il nostro tempo e il nostro spazio insomma ci offrono di certo ben diverse modalità per stare a contatto con la realtà della vita quotidiana. Non abbiamo bisogno di andare a cercare le scomodità e le difficoltà pratiche, diciamo. Il contatto con la realtà della creazione che si attua quotidianamente (creazione della vita e operare creativo) equivale simbolicamente al contatto con la terra e con la semplicità. Stare e operare nella realtà significa, io credo, lasciare che la fantasia si elevi ma senza il rischio di vederla incagliarsi in lontane stratosfere. La “terra” può nutrire il Puer e la Puella creativi, ma sappiamo che potrebbe divenire talamo mortale per lo spirito che si innalzi eccessivamente. Terra è concretezza di vita. Può essere fertile o meno. Deve essere lavorata ogni giorno. Ed è la vita brulicante che ci accoglierà dopo la morte.
  La terra: quella che per i sognatori, per gli idealisti e anche per molti pensatori e “simbolizzatori” (... quanti colleghi potrei facilmente annoverare nel gruppo al quale io stessa sento spesso di appartenere!) è spesso difficile accogliere come un valore effettivo. Finché la si osserva come un simbolo, associando ad essa miti e storie, siamo bravissimi a darle spazio, ma quando si tratta di costruire un reale rapporto con la realtà organizzativa del lavoro e della vita, trovo che spesso (... se penso, ad esempio, a certe riunioni d'équipe alle quali ho partecipato negli anni, dalle quali si emergeva regolarmente con tanto fumo e niente arrosto...) sia difficile scendere dalla volta celeste. Solo cercando un rapporto equilibrato tra il sogno e la realtà concreta dell’esistenza incarnata possiamo offrire alla vita lo spiraglio per un rapporto di dialogo sereno con la morte, e possiamo offrirlo a pazienti bisognosi di trovare uno spiraglio per non soffocare nelle paure.

  Ho le mani nella terra adesso. Non pensavo che cominciare a lavorare le argille (terra rossa, grès, terraglia bianca, argilla refrattaria, pirofila…) potesse offrire all’anima e al corpo una tale sensazione di benessere e completezza. Cuocere gli oggetti prodotti, estrarli dal forno dopo averli smaltati e scoprirli così diversi e inaspettatamente belli.

  Ogni giorno andiamo a braccetto con “nostra sorella Morte”, come magistralmente, nella semplicità della sua realtà, la definì Francesco d’Assisi. Ognuno con il proprio personale assassino, in compagnia dell’oscuro falciatore, ci svegliamo ogni mattina ringraziando di poter continuare la nostra opera. Nell’arcano numero XIII dei tarocchi marsigliesi La Morte non ha nome, forse perché di volta in volta assume il nome di ognuno di noi.
  A livello psichico, l’Io può fare i conti con la propria trasformazione, può accogliere la morte sul piano psichico e inevitabilmente si avvicina, lungo la strada individuativa, al centro della personalità totale. Ma, prima o poi, l’Io deve fare i conti anche con la morte concreta (e con-creata): quella delle persone e quella personale. L’Io deve abbandonare se stesso. Ogni giorno dunque ci prepariamo a questo passaggio finale, una strada che può durare anche diversi decenni, com'è noto e com'è, ovviamente, auspicabile.
  Sul tema della morte del terapeuta trovo che il romanzo “La cura Schopenhauer” di Irving Yalom (ed. Neri Pozza - è la storia di uno psicoterapeuta che scopre di avere un melanoma e un anno di vita davanti a sè... ) riesca a mettere perfettamente in luce il fatto che, spesso e volentieri, i terapeuti di qualunque formazione riescono a difendersi molto bene dalla realtà concreta della morte, evento che resta inconoscibile e tale resterà, al di là di tutte le ipotesi di lavoro, a meno che essi non operino per un’apertura congiunta di tutti i piani, non solo di quello simbolico, poiché la tanto ricercata elevazione dalla materia può diventare una difesa notevole dalla vita stessa. La simbolizzazione può essere altrettanto difensiva della materializzazione.
  Ma chi riesce davvero ad accogliere il senso ultimo della sua stessa vita contemplando anche il puro e semplice diventare terra e vermi fino a dissolversi completamente in una realtà altra, nella quale l'Io non avrà più voce in capitolo? Avendo paura di accogliere come un gemello sempre presente il nostro personale assassino ci spaventiamo per ogni malattia e naturalmente vogliamo evitare la sofferenza. Temiamo il piano delle cose nude e crude, il livello terra. Oppure lo ignoriamo. D’altronde il momento è sempre sbagliato: prima siamo piccoli, poi giovani, poi abbiamo un sacco di cose da fare come adulti e poi ci stiamo godendo la pensione.

  Spesso il nostro assassino vuole vivere tanto quanto la vita. Siamo noi a chiamarlo all’opera prima del tempo. Il suo compito è di starci a fianco. La mia bisnonna ha contrattato con il suo assassino per 108 anni. Lui avrebbe voluto arrivare a 120, ma lei si è stufata un po’ prima e allora lui l’ha uccisa nel suo letto regalandole solo un paio di mesi di sofferenza. Un assassino abbastanza disponibile, tutto sommato. Invidiabile, direi.

(augurando a tutti noi di campare 100 anni, l'articolo continua in parte terza)

lunedì 24 giugno 2013

ESERCIZI DI "MEMENTO MORI" - parte prima

Valeria Bianchi Mian

Esercizi di "Memento Mori" 
parte prima
(per non perdere il filo rosso
che potrebbe condurre dall’Apocalisse all'Apocatastasi,
filo riflessivo 
che avevamo cominciato a tessere qualche articolo fa -
vedi "La responsabilità di Noè")

 



  Eccomi a riflettere sulla morte mentre me ne sto seduta sotto le fronde di un ciliegio di fronte al mare. Potrei pensare ad altro, potrei pensare a qualche argomento più allegro, dirà qualcuno tra di voi.
  E invece no.
  Meditare sulla morte è un buon esercizio per apprezzare il mio stare qui, ad ascoltare il vento, seduta sotto le fronde di un ciliegio di fronte al mare.

  Ricordo un gruppo con adolescenti in una scuola alcuni anni fa, e i giochi sul tema del futuro. "Quale futuro?" La domanda emerse dal gruppo.
  Scenari di distruzione collettiva si aprono davanti ai nostri occhi bambini, e non solo nelle notizie della vita quotidiana, o nella realtà dei fatti. Se la televisione dedicata alla prima infanzia offre ancora qualche gesto tenero da osservare, appena usciti dall’abbraccio materno ecco giochi e videogiochi pregni di violenza, gentilmente offerti dal mondo adulto. 
  Ecco quel che vi aspetta. Cominciate a capire il prima possibile. Addirittura, se siete americani, la società dei consumi vi offre le armi vere, quelle che sparano sul serio, e con le quali potrete uccidere (piccoli animali, simulacri virtuali, o anche la sorellina, se i genitori per errore non vi controllano – come dimostrano recenti fatti di cronaca). Non c’è bisogno di essere bambini soldato in luoghi di conflitto per possedere un fucile. E se per legge nel vostro paese non è consentito vendere pistole vere ai più piccoli, ci sono sempre quelle giocattolo. Così in ogni caso potrete giocare ad ammazzare. Che cosa c’è di male?

  Provate a rispondere.
  Che male c’è a donare una pistola giocattolo ad un bambino?
  Voi cosa ne pensate?
  Potete commentare, naturalmente.

   Partiamo dalla violenza distruttiva, quella reale. L'Ombra galoppante della natura che si snoda tra i palazzi nelle città costruite per farci coraggio l'uno con l'altro.
  Un ballo in cui il dio Tifone, la dea Kalì, la nera signora con falce, e tutte le divinità dell'oltretomba si muovono a ritmo in quotidiani flash mob là dove meno ce li aspettiamo. 
  Gli dei dell'oscurità ci ricordano di non dimenticarli. Ci esortano a non svilirli facendo dei nostri occhi uno schermo piatto e insensibile, ci spingono a sentire la paura reale, a farci carico del nostro sentimento di attaccamento alla vita. Ci invitano a differenziare la realtà dai film horror.  
  Leggiamo terrori nero su bianco mentre sorseggiamo il nostro caffè: Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa. E' tutto un invito alla Totentanz, la macabra balera dello scheletro, un liscio con le vite dei giusti e con quelle dei corrotti: catastrofi, guerre, violenze.  Femminicidi. "Fratellicidi" (che ha un senso differente rispetto a fratricidio, neologismo con cui intendo dire: umani che si ammazzano tra loro). Stragi del bello.
  E poi, naturalmente, spettacoli e proposte per le sere d’estate. Notizie quotidiane alle quali siamo abituati come al gusto del caffè.
  Abituati? In parte è un’abitudine (d'altronde cominciamo da piccoli a vedere il mondo proposto dagli adulti), ma è un'abitudine che non ci lascia troppo abituare, se ancora in fondo in fondo ci stupiamo, ci indignamo di fronte allo sfacelo (ah, l’importanza di questo sentimento che ci tiene vivi con passione...), non riusciamo ad accettare il nostro mondo inquinato, radioattivo, sciolto come un cubetto di ghiaccio. Se speriamo. Se vogliamo vivere. Se facciamo figli. Se sentiamo sorgere in noi sentimenti ecologisti. Se educhiamo i nostri occhi alla consapevolezza. 

  Un ciliegio non basta a riparare dalle ombre che sono sempre con noi anche quando splende il sole (soprattutto quando splende).


Tarocco composto da piu' arcani
(La Morte qui è insieme alla Forza, e quet'immagine è davvero potente),
opera dell'artista Maura Banfo


  Memento mori, e vivi ogni giorno essendo almeno un po’ felice di essere consapevole.
“La meditazione della morte è alternativa alla rimozione della morte”, scrive Claudio Widmann a proposito dell’arcano numero XIII. E' un percorso di consapevolezza utile a tutti, in questa società della Necrocultura (che è anche il titolo di un interessante piccolo saggio di Fabio Giovannini – Estetica e culture della morte nell’immaginario di massa - edito da Castelvecchi nel 1998).

  Rimuovere il pensiero della morte è, invece, lasciarle lo spazio di comparire un po’ ovunque, priva di nesso con il senso del vivere. Estetizzata. Promossa a starlette televisiva. Stuzzichino per cannibali del macabro, gli stessi che, armati di macchina fotografica e telefonino cellulare, se ne vanno in gita davanti alla villetta di Cogne, alla casa del delitto di Perugia, di fronte al garage dell’allegra famigliola che ha ucciso la giovane parente Sara Scazzi.
  Anche l’arte vuole la sua parte, e dalla sacralità dei secoli scorsi, in cui la nera signora per lo meno aveva un ruolo un po’ misterioso e a volte misterico, ecco che nell’esprimersi moderno s’ingegna l’artista che lascia morire un cane per farne opera d’arte, si esalta quello che attraverso la tecnica chiamata “plastination” (che somiglia un po’ alla trasformazione di un defunto in manichino e un po’ alla mummificazione) ci vorrebbe magari far superare l’orrore del cadavere e della fine che ci toccherà prima o poi. Già... Perché noi non dovremmo mai dimenticare e mai troppo ricordare che un giorno qualunque toccherà a noi. Speriamo tardi. Ma in ogni caso, ciò accadrà, anche se la medicina moderna, per quanto possibile, si accanirà per far resistere oltre la resistenza il nostro povero corpo.
  Meglio esserle amici, dunque. Meglio tenere presente che ogniuno di noi conduce il proprio personale assassino ogni giorno a braccetto. 

  “Questo percorso di consapevolezza va in direzione esattamente contraria rispetto ai tentativi di rendere il corpo immortale, imputrescibile, eternamente giovane” (C.W. p.268)
  
  Rimuovere la morte oscilla tra fascinazione della stessa e rifiuto. Se non puoi batterla, unisciti a lei, sembra pensare questa società del macabro patinato. Della violenza come sistema. Della fine globale annunciata. E’ possibile una via diversa per fare i conti con la Morte?
  La Morte, o troppo esposta, o troppo poco. Mai accolta con naturalezza.
(continua, a presto...)

martedì 20 novembre 2012

Valeria Bianchi Mian

ARCANE STORIE
Quando il Bagatto (I) apre le danze: appunti sull'immaginazione che si attiva


 

La parola alchemica si esprime per immagini, come i sogni.       
Come i sogni, i libri scritti e disegnati dagli alchimisti medioevali emergono dall'oscurità dell'inconscio, proiezioni su carta, fuori dalla logica lineare del linguaggio cosciente.
Carl Gustav Jung per primo si è rivolto con occhio esplorativo ai rebus della filosofia ermetica per estrarne il senso. Le “favole” degli adepti sono sogni poetici che ci guidano dalla prima materia alla luce cosciente che emerge dal caos (1). 
Interpretare le immagini archetipiche per gli junghiani non vuole assolutamente dire incasellare il simbolo in un unico punto di vista, ma aprirsi almeno ad una duplice prospettiva di lettura, permettendo a se stessi di credere in una dualità che, contemporaneamente è e non è qualcosa (2). Solo da un rapporto aperto e vivo con l'inconscio, una relazione che tiene conto delle ambivalenze, può emergere il guizzo creativo di Hermes. Un atteggiamento, questo, capace di scoprire i segreti celati tra le righe di una ricetta alchemica o negli enigmi di un sogno; è sguardo camaleontico che si posa sulle immagini con un occhio rivolto alla Luna (arcano numero XVIII) e l'altro al Sole (arcano numero XIX).

Guardai con occhi di camaleonte la mutevole faccia del mondo, sussurra Anais Nin descrivendo la propria rinascita creativa (3).

Solo uno sguardo mercuriale può accogliere il paradossale.  

Guardare il mondo “mercurialmente” è vivere nel paradosso collegante gli opposti nella possibilità di un'armonia, uno spazio in cui l'anima sia libera di muoversi: l'ambivalenza è naturale, ci insegna Hillman, è la reazione adeguata dell'intera psiche di fronte a queste verità complete che sono i simboli (4). L’Appeso (XII) è, tra i cosiddetti arcani maggiori, la figura che più rappresenta l’idea della sospensione tra gli opposti, ma esso ci guida ad una necessaria attesa di fronte alle opposizioni, dove per “restare in croce” possiamo intendere anche l’accettazione di tutta la sofferenza connessa a questa necessità interiore densa di sacrificio.
L’approccio iniziale alla “visione camaleontica”, invece, con attitudine esplorativa nei confronti delle molteplicità dell’esistere, è proprio del Bagatto (arcano numero I), che opera con i pochi eppure fondamentali strumenti a sua disposizione.                                                                          
Se l'Io-Re saturnino divide l'interezza per conoscere imperando, uno sguardo mercuriale nel rivolgersi alle immagini della vita è restauratore, poiché l’elemento Bagatto (arcano numero I) lasciato agire in modo cosciente riattiva le connessioni, riavvia l’energia dell'anima saggia che vive nel linguaggio comprensivo di parole e colori, immagini illustranti un'Opus che si svolge nell'alambicco psichico.

Colorare la parola è renderla accessibile, un giorno o l'altro, a tutti i sensi,  Alchimia del verbo nei Deliri di Rimbaud: A nera, E bianca, I rossa, O blu, U verde (...) All'inizio fu un'indagine. Scrivevo silenzi, notti, notavo l'inesprimibile. Fissavo vertigini.(5)


immagino, per un attimo,
un pennello al posto della bacchetta

Il Bagatto emerso dal gruppo di venerdì scorso (vedi post precedente) è caldo, disponibile al dialogo. Rosso e blu, come nei tarocchi marsigliesi, danza con i propri opposti e invita le partecipanti a fare lo stesso. In qualche modo invita le donne presenti a trovare individualmente la propria prima materia, per cominciare a operare con le immagini che seguiranno. Procedendo con le visualizzazioni e, poi, con le drammatizzazioni, il gruppo guadagna in fluidità. Alla domanda: “Che cosa devo fare in questo momento di transizione?” il Bagatto scoppia in una fragorosa risata. La sua non è una risata offensiva. E’ una risata inevitabile, poiché egli stesso sa bene come non sia possibile “divinare” risposte e consigli inequivocabili, nemmeno quando le carte diventano spunti per interrogare se stessi.
L'anima saggia sa stare nell'enigma; contemplando se stessa comincia a percepire se stessa e le risposte alle proprie domande immaginando, e partecipa con tutta se stessa ai mutamenti della propria sostanza, riflettendo su di sé per vedere "la  saggezza inerente alla sua struttura" (6).   
Operando con Mercurio (inteso come lo stesso inconscio) in una delle sue forme più  accessibili, come per esempio una fantasia spontanea, un sogno, uno stato d'animo irrazionale, un affetto" (7), e concentrandosi su di esso, si lascia carta bianca all'anima.
Partendo invece da un’immagine archetipica che viene utilizzata per fare esercizi di visualizzazione e drammatizzazione, come avviene in questo gruppo, si attivano emozioni che bussano alla porta dell’immaginazione, anche in coloro che non sono tanto abituati a fare questo tipo di lavoro. Si procede con calma, un po’ come di fronte ai quadri di una bella mostra, ci si lascia coinvolgere da quel che si vede, si sviluppa un senso della vista e del sentire non ancora esplorato.                             
L'immaginazione attiva “attiva” l'anima, ma l’immaginare attivamente non è un’attività facile. Conoscere le immagini esplorando le sensazioni e le emozioni che ne scaturiscono ci riporta un po’ all'operare alchemico, che è l'equivalente del metodo psicologico dell'immaginazione attiva (8).

(continua)

1-  E. F. Edinger,  The Mysterium lectures  (pag. 253)
2-  M. L. Von Franz,  Alchimia  (pag. 116 e 117)
3-  A. Nin,  La casa dell'incesto  (pag. 13 )
4-  J. Hillman,  Senex e  Puer (pag. 33 e 34 )
5-  A. Rimbaud,  Opere (pag. 223 Una stagione all'inferno,  Deliri II.  Alchimia del verbo)
6-  C. G. Jung, Mysterium coniunctionis (pag. 83 ) Considerazioni di Richard White (Richardus Vitus) di Basinstoke su  Elia Lelia Crispis e  L'enigma bolognese;   la descrizione dell'anima in questi termini
si riferisce, secondo Jung, all' "anima mundi" o all'inconscio collettivo, piuttosto che all' "anima vagula" individuale.
7-  C. G. Jung,  Mysterium coniunctionis   (pag. 525)
8-  C. G. Jung, Mysterium coniunctionis  (pag. 526 e  494 seg.)

mercoledì 6 giugno 2012



Valeria Bianchi Mian

ARCANE STORIE: LUDUS PUERORUM
“Un gioco di bambini” è il gioco dell'uomo? 

Citazioni nel testo, in azzurro, tratte da Rodolfo Renier (Tarocchi di Matteo Maria Boiardo, Studi su Matteo Maria Boiardo / ed. N. Campanini. – Bologna, 1894 – e l’articolo del 16 febbraio 2008, per noi esaustivo, sull’opera di Rodolfo Renier nel bellissimo Blog del Casato Renier – La storia raccontata dai protagonisti, con più di 700 articoli)


  Tarocchi: immagini archetipiche che illustrano il percorso di individuazione, dal Matto (0) al Mondo (XXI).
  Il complesso, oscuro e luminoso, viaggio dell’Anima.               
  Immagini dell’inconscio collettivo, emerse dal grande vas alchemico che ci riguarda tutti, descritte dagli studiosi da molteplici punti di vista.
  Se delle origini delle carte dei tarocchi-arcani maggiori in particolare (tra le carte da gioco, in generale), prima di vederle comparire in Italia nel secolo XIV, nulla si sa davvero con certezza, in ogni caso è suggestiva, e degna di credito, la teoria di un’origine italiana dei “Trionfi", e l’idea di un utilizzo degli stessi anche per scopi "verbali", e, inoltre, come gioco educativo per fanciulli.
  
  Rodolfo Renier, cito testualmente:
"In Italia, nel trecento, sarebbe esistito un album di figure molto adatto a divertire e ad istruire i fanciulli, giacché era una nomenclatura delle cognizioni di allora, un aiuto alla memoria, una specie di enciclopedia per gli occhi. Di queste figure abbiamo una copia nelle incisioni anonime, attribuite, a torto o a ragione, al Mantegna. Si chiamarono naibi, ed era ad esse che alludeva il buon cronista Morelli, consigliandole ai fanciulli. Ma verso la fine del sec. XIV un bello spirito, forse per distogliere i giuocatori dal pericoloso e insipido giuoco dei dadi, avrebbe tratto dai naibi il giuoco dei tarocchi, il quale avrebbe conservato il nome di naibi ancora per qualche tempo." [Merlin, XVI, I, 286-95 e 302-4.].

"I naibi erano carte; ma non tutte le carte erano naibi. Carte era nome generico: esse si dividevano in carticelle e in naibi, detti anche carte da trionfi. Tale distinzione è costante in tutti gli scrittori del sec. XV che accennarono alle carte [Vedi Merlin in Rev. Arch., XVI, I, 297-98; Campori, Le carte da giuoco dipinte per gli Estensi nel sec. XV, p. 13 e documenti.]. Ed in che si distinguessero le carticelle dai naibi è facile il dirlo. Le une erano le nostre carte comuni., divise in 52 pezzi, cioè in quattro serie, di 10 carte numerali e tre figure ciascuna: i secondi erano i tarocchi" [Il Bellincioni dice, accennando sicuramente ai tarocchi: Ebbe gran prudenza // chi pose in ne' naibi que' contrari // che sian vinti da' meno e' più denari. Rime, ed. Fanfani, II, 90.]"

  Gioco di fanciulli. LUDUS PUERORUM, nello Slendor Solis, opera alchemica di Salomon Trismosin, in Aureum vellus, oder Guldin Schatz und Kunstkammer (Rorschach 1598), vedi Jung, Mysterium comiunctionis. 
  L'opera alchemica, e dunque l'opera dell'Anima, è dunque un "gioco di fanciulli"?    


  Poi, il gioco poetico.
"Il giuoco poetico fu quindi destinato ad uno di quei molti trattenimenti sociali, di cui si allietarono le nostre corti del rinascimento" scrisse ancora Renier.

  I 21 "Trionfi" e il Matto (0) servivano a dare spunto ai giocatori per leggere versi scritti dietro o sotto le immagini (I "Tarocchi" del Boiardo tra questi) ma anche, nel modo "verbale" per attribuire personaggi (reali, conosciuti a corte) e caratteristiche di personalità (elementi di proto-psicologia a livello ludico, direi!) alle figure sulle carte.

  Renier cita Pier Antonio Viti da Urbino:
"Viti ci spiega con tanta chiarezza del gioco l' arte, che in poche parole mi sarà dato riassumerla qui. I giuochi, in realtà, sono quattro, non uno solo [Semberanno a taluno alquanto insipidi questi giuochi, nè io avrei molto da opporre; ma suol essere difetto comune ai trattenimenti di simil genere nella rinascenza. D' ordinario in fondo a que' giuochi v' era un intendimento didattico o moraleggiante. Leggasi il libro cit. del Ringhieri ed il Dialogo de' giuochi che nelle vegghie sanesi si usano di fare del Bargagli. Come lavoro di divulgazione è assai pregevole lo scritto di A. Solerti, Trattenimenti di società nel sec. XVI, nella Gazzetta letteraria, an. XII, n. 48, 49, 50.]. - I giuocatori si radunano in circolo e in mezzo a loro vengono scoperte e deposte sulla tavola la prima e l' ultima carta, cioè i due sonetti. Poscia ad ognuno è data una carta, onde nasce il primo giuoco, "perciò che ognuno lege li versi che ne la carta sua sono e mostranli a li compagni. Et in ciò si vedono a le volte a donne et omini venire terzetti che sono grandemente al proposito loro, e di gran riso de chi gli ascoltano".-

Ciclo dei Giochi di Palazzo Borromeo, Milano

  Interessante.
  Penso alle narrazioni corali, alle arcane storie che nascono nei nostri laboratori.
  Uno scorcio delle antiche corti, un cavaliere che estrae il Trionfo dal mazzo, una dama, e nasce il dialogo, lo spunto per la narrazione.
  Italo Calvino non parlò a caso, ovviamente.

(continuerà, dopo pausa per breve vacanza, proprio con alcuni scorci dal Castello dei Destini Incrociati. Vi ricordiamo il laboratorio del 13 Giugno in Via Mazzini 44, ore 20.30, sul tema del Sogno e degli Arcani. Vedi in Eventi del mese)  
Valeria Bianchi Mian

ARCANE STORIE: DA DOVE VENGONO LE IMMAGINI DEI TAROCCHI?

foto di VBM°

  Da dove giungano le carte e, inoltre, quale “verità assoluta” celino non si sa, o meglio: non si sa con certezza. La verità è che non esiste verità assoluta.
  Insigni studiosi provenienti da ogni dove si sono contraddetti a vicenda di secolo in secolo, fornendo le più disparate congetture sull’origine dei tarocchi.
  “I reperti storici non mentono”, dichiarano alcuni, serissimi, alzando il dito indice.
  “I documenti in nostro possesso risalgono al XIV° secolo, in Europa, anzi, guarda un po’, in Italia, nell’Italia delle corti, il castello dei Visconti, il salone gli Estensi… mentre prima non compare alcuna notizia relativa ai tarocchi!”
  “E, però,” suggeriscono altri, intuitivi e sognatori, “nei simboli delle carte ravvisiamo indiscutibilmente la conoscenza del processo di trasmutazione degli elementi degli antichi alchimisti, il segreto dell’albero dei cabalisti, il mistero occulto degli esoteristi…”
  “Court de Gebelin ha scientificamente e storicamente torto, non esiste alcuna prova di un’origine egizia dei nostri 22 arcani”, dichiarano alcuni…
  “Allora, sarà piuttosto araba, o magari cinese, e perché no, indiana”, gridano altri, creativi…
  Ed ecco che, timidamente, fanno oggi sempre più spesso capolino…
(a giudicare dal diffondersi a macchia d’olio di “letture psicologiche” e “gruppi psicologici”, anche di psicodramma, sugli arcani – anch’io, me tapina, tra gli altri… tralascio invece i riferimenti a chi si occupa di “Tarocchi psicologici” senza avere alcuno strumento di psicologia…)
… gli psicoterapeuti.
  Junghiani, per giunta. (Ma non solo! Monica Burato è infatti gestaltista… Lauretta Guidetto è arte terapeuta. E così Maria Elena Vespa.)
  “Chi se ne importa da dove arrivano, concretamente, le carte cartacee, i tarocchi, gli arcani maggiori… o meglio, interessante seguire il percorso storico degli stessi, certamente, però… Però… non trovate interessante che, nonostante tutte le diatribe, nonostante le discussioni per attribuire a questo o quel filone teorico la giusta (!) interpretazione dei fatti, nel frattempo, silenziosamente, delicatamente, quatti, quatti, lemmi, lemmi, questi 22 cartoncini dipinti nei secoli in molteplici modi ma sempre ruotanti intorno al tema della vita e della morte, siano giunti a noi? E che, ancora oggi, siano così ricchi di stimoli, di spunti, di energia, di suggestioni…”
  “Il percorso è quello dell’uomo, riguarda il percorso di individuazione, e non si può davvero sapere da dove vengano gli archetipi…”
(continua)

martedì 22 maggio 2012

Valeria Bianchi Mian

ARCANE STORIE: L'IMPERATORE (IV) DEVE MORIRE?
Immagini nuove occorrono ad un vecchio personaggio.

foto di Luciano Borgna°

  Nessuna risposta: solo alcune domande, riflessioni, pensieri.

 Le fiabe corali narrate intorno al “centro” (il fuoco!) nei laboratori arcani mostrano sempre più spesso, soprattutto nell'ultimo anno, un Imperatore (IV), o un Re  - per quanto non proprio identiche, direi, queste due figure vengono spesso equiparate nelle fiabe raccontate dai gruppi a partire da specifici arcani - alle prese con notevoli problemi di identità personale, nonché di ruolo. Un personaggio che "sente" di dover cambiare pelle per ritrovare il senso del suo essere, appunto, Imperatore (IV). Impazzisce, oppure è prigioniero di se stesso e delle proprie antiche malefatte. Di fronte ai raggi lunari ritrova (o perde) il senno, abbandona il castello, sovente non sa che pesci pigliare di fronte al popolo, e al massimo organizza qualche festa o cerca di parteciparvi. Nel contempo, è convinto di dover cambiare la gestione del proprio potere perché davvero "così non va". Annaspa, ma tenta la sorte e si rimette in gioco in qualche modo. 

  L'immagine archetipica è in trasformazione. Ci vogliono nuove vesti per l'Imperatore (IV), archetipo del potere, della stabilità, del maschile psicologico. Un elemento appare chiaro: egli è solo. Nessun consigliere, nessun Senato, a volte il solo Bagatto (I) come ispiratore. Il Puer che lo spinge a partire, a lasciare tutto e sognare ancora... Non si arriva però ad una trasmutazione chiara. Solo un accenno di trascendenza. Cosa riflette questo arcano nelle menti della gente? Se gli arcani tutti sono lo specchio del percorso di individuazione, e la strada che tracciano è davvero, come noi riconosciamo, l'iniziazione all'originalità multiforme della vita, che cosa ci sta dicendo questo personaggio "in crisi" parlando con la voce dei gruppi?

  “Per i Romani l’imperatore era genericamente colui che impera, che comanda”, ci ricorda Claudio Widmann. (cit. pag. 87 - "Gli arcani della vita", più volte citato, vedi "Arcane storie" nei post precedenti), e   come archetipo comanda, il nostro, sia sul mondo interno (organizza la gestione, diciamo, rispetto all'inconscio), sia sulle cose del mondo.   
 
  Dal laboratorio del 19 Maggio, che la sottoscritta ha condotto con la collega arte terapeuta Mariel Vespa presso la Libreria Legolibri, in Via Maria Vittoria numero 31, qui a Torino, emerge nuovamente una figura imperiale in crisi personale. Il tutto, è vero, parte sempre dall’estrazione casuale delle carte, ma noi (in questa sede, ovvero i laboratori arcani) lavoriamo proprio in questo modo.
  Sincronie bizzarre?
  Questo giro comincia con Il Carro (VII), ed è nel condottiero che il gruppo (la responsabilità del singolo narratore nel gruppo, che resta individuo ma coral-mente lancia e tiene il filo rosso del gruppo intero!) vede il Re prigioniero e sognante. Il condottiero è immaginato come sovrano bloccato, fermo nel suo castello, forse sottomesso ad un incantesimo? Il Re/Imperatore è stanco. Manco a dirlo, tutto il gruppo coglie subito l'immagine e la riconosce propria.
  La figura in questione riprende il discorso connettendosi ai precedenti laboratori. Torna alla luce persino la “rivelazione improvvisa”, il lampo di coscienza, il colpo di fulmine, la freccia divina, il raggio di luna tante volte incontrato in questi ultimi anni, l’energia archetipica che apre la mente del protagonista al cambiamento in un gioco di specchi, un incrocio di carte.

  L’imperatore nei gruppi è stanco, a volte ininfluente, si fa conoscere per la sua “faiblesse”, è bloccato in partenza nello sviluppo della sua Anima, oppure non è più contento, è addirittura triste, qualche evento più o meno tragico l’ha reso prigioniero del suo stesso potere-che-non-da-potere. Egli sa che è giunto il momento di interrogarsi seriamente sul proprio essere, appunto, sovrano, capo, figura al governo delle cose, colui che "dovrebbe" rappresentare la stabilità, la responsabilità, l'ordine... 

  Qualche cosa deve per forza cambiare, e il cambiamento vero parte da ogni singolo individuo e dall'immagine che ogni singolo individuo ha, appunto, del maschile psicologico come elemento al governo (di sè, delle cose), come funzione dominante, "temporaneamente" dominante.
  Temporaneamente, almeno così dovrebbe essere: un certo posizionarsi del pensiero, ogni "stabilità", così come ogni Imperatore e Re, dovrebbero stare in trono solo per qualche tempo, fino a quando la realtà psichica e del mondo non richieda l'apertura a nuovi punti di vista.  Pena l'irrigidimento, o l'eccesso, la decadenza.
  Problemi di sterilità: la malattia del Re nelle opere alchemiche, i vecchi Re malati come simbolo della coscienza irrigidita.  Il bastone del comando è privo di senso, in questi casi.  
  La forza tipica del maschile rappresentato in questa carta viene a mancare, all’inizio, nelle fiabe che mi capita di ascoltare e raccogliere dai gruppi. Oppure lo si trova alla soglia degli inferi, come signore delle anime, al limite tra due mondi. Senza però la ricchezza che questa condizione-limite potrebbe donargli, ma pieno di complessi e timoroso... In altre fiabe, nel 2011, l’abbiamo trovato a capo di un regno di personaggi costretti a camminare a testa in giù. Non è mai sereno. C’è sempre qualcosa che non gli  permette di svolgere al meglio la sua funzione.
  Non rammento, ultimamente, regnanti  ricchi di spirito e Anima. Devo tornare indietro al 2006. Lì rivedo un Imperatore speranzoso nella fiaba di un gruppo condotto sulle rive di un lago...

  Inevitabilmente, essendo le erme punto d’incontro agli incroci, croci di crocicchio, pietre miliari, “Le Hermae” del cammino si interrogano sul perché.
  Perché questa figura, con tutti i suoi dilemmi, è attualmente così tanto presente nei gruppi che lavorano con gli arcani? Ricordiamo che le fiabe arcane possono avere svariati protagonisti, eppure, ultimamente, non solo le estrazioni casuali portano in luce questo elemento, ma, anche quando non compare per primo nelle carte, diventa molto spesso lui il protagonista della storia.
L’Io-imperatore è stanco e bisognoso di mettersi in discussione. Questo l’abbiamo capito.
Io, invece, non mi stanco di ripetere che i gruppi hanno in sé un potere “divinatorio”, indovinano i prodromi del futuro, portano in luce le avvisaglie di quel che c’è nell’aria al presente. Le necessità del presente in vista del domani. Questo pensiero non è una mia idea originale, sia chiaro. Tutti coloro che si occupano di terapia di gruppo e di ricerca sui gruppi potranno affermare (con parole simili, se non queste) lo stesso concetto.

  Il gruppo attiva energie psichiche. Il gruppo muove e smuove significati nascosti al singolo. Discorre attraverso le immagini che crea e porta messaggi che hanno a che fare con l’individuo e con la società.
Chi è l’Imperatore stanco di essere “bloccato”? Un “maschile psicologico” in via di cambiamento.

  Scrive Widmann: “L’iconografia del quarto arcano, l’Imperatore, è rimasta immutata nel corso degli ultimi seicento anni. Sia i mazzi più antichi sia quelli più recenti mostrano un uomo regale di mezza età con capelli e barba fluenti, che ha in mano una corona e tiene uno scettro e un globo tra le mani."
  “Iconograficamente, l’Imperatore è omologo dell’Imperatrice e simbolicamente rappresenta il principio maschile imperante nella psiche collettiva. Questo principio viene frequentemente indicato come logos.”
Logos che è Forza, Azione, Parola. Spirito mascolino. Pensiero. 

  Immagine dello spirito mascolino, l’Imperatore nei gruppi va incontro al cambiamento, anzi, questo gli è necessario. Se l’arcano dell’Imperatore indica, con il suo essere seduto in trono, un innalzarsi al di sopra degli altri, queste storie ci mostrano una necessità di rivedere l’immagine facendo scendere la figura dal trono per poterla rinnovare. E’ un bisogno espresso dai gruppi, un bisogno che ha del collettivo. I principi dominanti vanno rivisitati, poiché sono soggetti a mutamento qualora mutino le necessità.
 
  I gruppi sembrano dire: “E’ tempo. Scendi da quel trono e vedi di darti una mossa!”
  Il “disegno superiore dell’individuazione” (pag. 97, C.W., 2010) fa parte del destino della carta. Attraverso le altre carte, essa si rimette in gioco. “Normare, regolare, ordinare sono caratteristiche del maschile psicologico. Frequentemente vengono proiettate sulle autorità e vengono scambiate per prerogative del potere sociale, ma la loro essenza archetipica appartiene al logos; la capacità di fissare principi e darsi delle regole è uno degli apporti più specifici che il principio maschile reca al processo di individuazione.”

  La nuova coerenza di questo maschile psicologico oggi è proprio il mettersi in discussione.
  L’apertura al cambiamento delle regole stesse.
  Il riconoscimento dei propri errori. L’uscita dall’individualismo e lo sciogliersi dell'irrigidimento.
 Come sottolinea Claudio Widmann, l’arcano IV mette in evidenza, in quanto simbolo, “che la funzione prescrittiva non si dispiega esclusivamente sul registro extraversivo della realtà esterna, ma anche su quello introvertivo della realtà interiore.” Non è solo espansione, la "mossa" che riguarda l’Imperatore della nostra psiche collettiva: il compito non è solo ampliare i confini dell'impero ma conoscere meglio prima quel che si governa poi, profondamente e "affettivamente".
  Ecco quel che si mostra come necessità. L’Imperatore si disciplina. Rimette in gioco la sua stessa essenza, mostrando “una forza psichica che consente di arginare il narcisismo, di regimentare le pulsioni dell’Io, di porre limiti alle possibili inflazioni, di disciplinare dall’interno le spinte all’espansione per non cadere nel fallimento dell’unilateralità” (o, proprio perché queste spinte l’hanno davvero fatto cadere nel fallimento e nel blocco, come vediamo all’inizio della storia narrata qui sopra). (pag. 101, C.W. 2010)

  Attraverso il lavoro sul corpo e sulle immagini, con la produzione di immagini dipinte, girando le pagine del libro dei gruppi, seguiremo il viaggio dell'Imperatore (IV) attraverso il regno dei morti e dei rinati.
  Leggiamo.